La città moderna iraniana non è un luogo di interazione

La città è assediata dalle macchine, basta uscire di casa e vedere con i propri occhi l’impero delle macchine nelle larghe e lunghe strade e vie in costante crescita; pare che tutti i cittadini ormai hanno dimenticato andare a piedi e vogliono solo viaggiare nelle proprie vetture. è evidente che in un contesto così non ci sia più spazio per camminare e invece le città sono colme di strade, ponti, cavalcavie, gallerie e sottopassaggi.

Ci parla Saidi Moidfard, sociologo [iraniano]* residente a Teheran;

Sembra che nelle metropoli del nostro paese più che pensare alle piazze, giardini e parchi in funzione dei cittadini si pensi solo ad attrezzarle per le macchine: quali saranno le conseguenze di tutto ciò sulla salute fisica, mentale e l’identità dei cittadini?

Purtroppo nell’era moderna la costruzione e l’espanzione delle nostre città è stata fatta soltanto con l’intervento degli ingegneri. Ma se invece diamo uno sguardo al nostro passato ci accorgiamo che i piani per l’urbanizzazione vennero fatti da persone con competenze pluridisciplinari. Per esempio a Isfahan il nuovo assetto urbano della città venne elaborato da Sheiq Bahaì, un uomo con straordinarie capacità ingegneristiche nonchè un noto clerico ed esperto delle scienze umanistiche della sua epoca. Nel suo piano, Sheiq Bahaì cercò di pianificare la nuova città come un luogo per l’interazione economica e socio-culturale usufruendo delle più innovative tecniche costruttive. Vediamo come ancora oggi a Isfahan le moschee, i palazzi, le piazze e le scuole hanno conservato non solo le loro integrità formali ma anche le loro identità e le loro funzioni dopo secoli. Inoltre osserviamo come il grande bazar della città fu pensato con i suoi diversi settori specializzati, ognuno con la propria moschea e il proprio caravanserraglio ed altri centri annessi, e in questi luoghi crebbero complicati ma efficaci sistemi di scambio di merci e di cultura; alcuni di questi luoghi hanno ancora oggi esattamente la loro funzione originaria.

Purtroppo oggi vediamo che le nostre città moderne sono sostanzialmente prive d’identità da quando sono state lasciate esclusivamente nelle mani degli ingegneri, che nei loro piani di urbanizzazione hanno avuto un approccio solamente tecnico e formale.

Per esempio le nuove città sattelite costruite intorno a Teheran, come Karaj e Pardis, non sono altro che città-dormitori fatte con un insieme di agglomerati di complessi residenziali e strade. In queste città gli edifici hanno un aspetto del tutto estraneo all’identità architettonica iraniana, ma nello stesso tempo sono lontani dai principi dell’Architettura moderna occidentale., [In poche parole non sono né l’uno né l’altro].

Se andate per esempio a Londra, Parigi o Amsterdam o in altre capitali europee vedrete come queste città non solo sono diverse una dall’altra, ma anche al loro interno sembrano essere costituite da diverse frazioni eterogenee.

Nelle città iraniane invece vedete come dove domina l’Architettura «moderna» tutto è uguale. Le città modene in Iran sono state fatte senza tenere minimamente in considerazione i vari contesti culturali e climatici che compongono il paese, ed è così che tutte le grandi città appaiono simili, fatte sulla base di uno schema [noioso e poco funzionante] ripetuto ovunque.

Ovviamente però nelle città come Istanbul, Isfahan, Yazd ecc. con un passato importante [e un notevole patrimonio storico architettonico] questo è meno evidente, nonostante nelle loro periferie la situazione è come nelle altre città. [Per esempio a Isfahan o a Istanbul le moschee, nonostante abbiano tante cose in comune nelle loro totalità formale, sono nello stesso tempo diversissime nei loro dettagli architettonici e costruttivi.] A Teheran invece è tutto uguale; questo perché Teheran è una città fatta dai tecnici.

Quindi Lei pensa che in Europa le città sono state fatte dai filosofi?

No, non intendo questo ovviamente. Io intendo dire che chi fa i piani per le città debba essere una persona con grandi capacità pluridisciplinari, o che altrimenti si debba far aiutare dalle persone esperte nel settore della cultura e la sociologia, [e non solo].

Con passare degli anni sembra che le persone nelle città preferiscano sempre di più stare nelle loro case che uscire per le strade e interagire insieme. Pensa che questo sia dovuto al nuovo aspetto urbanistico delle nostre città di cui abbiamo parlato?

No, non credo affatto. Viviamo in una società che ha un grande senso di unità e un forte desiderio di interagire, desiderio che nella mancanza di adeguate strutture urbane e inadeguatezza delle politiche governative nelle città è costretto ad esprimersi diversamente.

Negli uomini in generale c’è questa tendenza di interagire insieme intorno ad un argomento ben preciso o per esempio dare una risposta comune a un particolare problema. Questo lo vediamo ogni anno nelle nostre città durante le festività religiose come Tassuà e Asciurà, o negli altri occasioni come l’ultimo mercoledì dell’anno [detto Ciarscianbé Surì] o il 13 Farvardin [detto Sizdah bé dar], quando grandi masse della popolazione si radunono insieme per una questione in comune. Questo è perché come dice Durkheim, l’uomo ha una identità fortemente collettiva. Egli per esempio vide un rapporto diretto tra suicidio – che all’epoca veniva studiato solamente dal punto di vista psicologico – e l’allontanamento dell’uomo dalla società. E lo vediamo anche nella nostra società moderna; è vero che ormai l’uomo delle metropoli non vive più nelle comunità come le tribù ecc., ma ha comunque bisogno di sentirsi parte di una comunità, e per soddisfare questo bisogno a volte attinge a soluzioni che possono sembrare assurde, come per esempio lanciare i pomodori in Spagna o saltare sul fuoco in Iran.

Non dobbiamo dimenticare però il ruolo che hanno acquisito nelle nostre società i Social Networks, sembra che ogni giorno più persone usino i Social Networks per interagire con gli altri, non pensa che questo mondo virtuale stia prendendo man mano il posto di quello reale?

[Io cerco di vedere da un altro punto di vista], per me l’uso quotidiano dei Social Networks non è sinonimo dell’abbandono dell’interazioni sociali nel mondo reale ma anzi è una prova del fatto che l’uomo contemporaneo vuole essere in contatto con gli altri persino nei suoi momenti più intimi, [come nel letto o addirittura in bagno]. E così che vediamo come siamo sempre più bisognosi di interagire con gli altri. Per esempio nel passato, quando viaggiare non era così diffuso e facilitato dai nuovi mezzi di trasporto non c’era nemmeno così tanto bisogno di identificarsi e porsi in continuazione la domanda » ma io chi sono?». Oggi invece quando viaggiamo e nell’arco di poche ore cambiamo paesi e continenti, e ci viene sempre più da chiederci chi siamo paragonandoci con altre persone diverse da noi.

Mi è capitato di avere soggiornato a Londra per un periodo e lì ho visto come gli iraniani residenti a Londra erano più uniti e attenti alla loro identità comune. [Sembrava che fossero più bisognosi di conoscere le loro radici].

Torniamo alla prima domanda, piazze e altri luoghi comuni vengono sostituiti dalla strade, sopraelevate ecc. Queste nuove tracce sui volti delle città quanto possono influenzare sulla vita sociale dei cittadini e la loro capacità di interazione?

Per dare risposta a questa domanda vorrei tenere conto di un esempio che ci permette di parlare di questo problema in una maniera franca e chiara. Di questi esempi purtroppo ce ne sono tanti nelle nostre città ma io adesso voglio parlare del quartiere Navvab a Teheran. Un quartiere molto popolato di Teheran dove la gente viveva da anni, non voglio dire senza alcun problema ma sicuramente non nello stato di degrado in cui si trova adesso. [Finchè una mattina qualcuno si è svegliato nel comune di Teheran e ha deciso di collegare il nord e il sud della città tracciando una super strada nel bel mezzo di questo quartiere]. Senza pensare alle conseguenze di questo intervento. Fu così che con la realizzazione del cosidetto Piano Navvab in primo luogo il quartiere è stato preticamente disintegrato. La super strada ha tagliato tutti i vecchi sistemi di collegamento tra diverse zone del quartiere. [Con la costruzione di altissimi palazzi ai lati della super strada] che ha dato luogo all’aumento della densità abitativa del quartiere in una maniera sproporzionata, sono sorti i primi problemi sociali. I nuovi residenti del quartiere, [arrivati in enorme masse da tutti angoli del paese], avevano poco in comune con i vecchi residenti. In poco tempo il quartiere è diventato uno dei luoghi della capitale con il più alti tasso di criminalità.

[Lo studio del Piano Navvab e le sue conseguenze mostrano come un approccio puramente tecnico può provocare dei danni irrecuperabili per le nostre città]. [Insomma nelle nostre città i tecnici decidono di costruire dove vogliono, fanno buchi, radono al suolo, fanno strade, gallerie ecc. ed è così che le città diventano dei enormi cantieri in continua trasformazione per adeguarsi a un maggior possibile numero di macchine], ed è così che nelle nostre città non abbiamo un attimo di pace, né di giorno e né durante la notte. [Questo modo di pensare le città non è in linea con la realizzazione di luoghi per interazione e coesistenza]. In una città così quando uno esce di casa è come se stesse andando in guerra.

Navvab
Quartiere Navvab a Teheran. In alto a sinistra nella foto aerea si vede la differenza tra il nuovo e vecchio tessuto urbano. A destra nell’immagine satellitare l’intervento urbanistico è evidente sotto la forma di un lungo tracciato che taglia il vecchio quartiere. In basso a sinistra, le colossiali dimensioni della superstrada con i palazzi residenziali lungo le sue sponde

E alla fine è così che questo schema di espansione della città diventa un circolo vizioso. Fanno più strade per farci entrare più macchine, e poi aumentano le macchine e quindi c’è bisogno di più strade e così via fino all’infinito.

E ora siamo dove siamo, le statistiche ci dicono che nelle nostre metropoli gli abitanti hanno ormai fiducia soltanto nei membri delle proprie famiglie. Quando usciamo di casa non ci sentiamo più al sicuro al di fuori delle nostre macchine. Ci sentiamo sempre meno sicuri e così abbiamo sempre più bisogno delle macchine [non come un mezzo di trasporto ma come un rifugio, un guscio che ci portiamo dietro per proteggerci]. È così che la macchina ormai non è una comodità ma una necessità. In un contesto così la società non si forma, gli esseri umani tendono ad allontanarsi sempre di più e se non riusciamo a fermare questo circolo vizioso prima possibile, esso ci porterà a [uno stato di degrado sociale] e un individualismo senza precedenti.


fonte: Sharg Daily

*: […] note d’autore

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