Ottoman-Express

«Facevano marciare centinaia di donne e uomini armeni esausti, insieme ai loro bambini, con la forza di fruste e fucili. Tra loro non c’erano uomini giovani da quando erano stati tutti o mandati sul fronte o ammazzati nella paura che si schierassero con l’esercito russo. Le ragazze avevano tutte la testa rasata ed erano completamente calve; il motivo era ridurre al minimo il rischio di essere violentate dai turchi e dagli arabi. Erano accompagnati da un gruppetto di soldati turchi a cavallo che li mandava avanti proprio come un gregge di pecore…»

Questo è un frammento di un «tremendo incubo» che gettò un’ombra «inquietante» sul resto della sua vita, su «l’anima» di Mohammad-Alì Djamalzadé, noto scrittore iraniano e considerato il padre della scrittura moderna iraniana. Un incubo che egli fece con gli occhi aperti nella primavera del 1916, durante il suo viaggio [in parte]* in treno da Baghdad a Berlino.

Djamalzadé fu testimone di un evento che in seguito ha preso il nome di Genocidio degli Armeni, iniziato nella primavera del 1915 nei territori dell’Impero Ottomano. Gli storici lo considerano il primo genocidio del XX secolo che costò la vita di circa un milione e mezzo di armeni.

Djamalzadé all'età di 20 anni nel 1915
Djamalzadé all’età di 20 anni nel 1915

Ogni anno il 24 Aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano il giorno in cui secondo loro il genocidio ebbe inizio. Il governo turco invece continua a insistere che non si trattò di un genocidio, nonostante recentemente alcune autorità turche abbiano confermato la scomparsa di circa un milione di armeni durante quegli anni.

Esmail Rain nel suo libro il Genocidio degli Armeni ha messo insieme alcuni brani del diario di viaggio di Djamalzadé:

«Partimmo da Baghdad e passando da Aleppo arivammo a Istanbul, viaggiando in corrazze, carri e carrelli. Fin dall’inizio lungo la strada vedevamo numerosi gruppi di armeni che sotto i nostri increduli sguardi venivano condotti dai soldati turchi verso l’annientamento e la morte. I soldati facevano marciare avanti centinaia di donne e uomini armeni esausti insieme ai loro figli con la forza di bastonate, fruste e colpi di fucile. Tra loro non c’erano uomini giovani da quando erano stati tutti o mandati sul fronte o ammazzati nella paura che si schierassero con l’esercito russo. Le ragazze avevano tutte la testa rasata ed erano completamente calve, il motivo era ridurre al minimo il rischio di essere violentate dai turchi e dagli arabi. Erano accompagnati da un gruppetto di soldati turchi a cavallo che li mandavano avanti proprio come un gregge di pecore, e se qualcuno fosse rimasto indietro perché era esausto o malato o doveva fare i suoi bisogni, rimaneva indietro per sempre. Ed era così che vedevamo spesso uomini e donne che giacevano morti o moribondi sulla strada. In un tratto del nostro viaggio lungo le sponde occidentali dell’Eufrate non ci fu un giorno in cui non vedemmo le carcasse umane gonfie che venivano portate via dal fiume. In seguito sentimmo che le donne e le ragazze armene in fin di vita o addirittura i loro corpi inanimi furono preda dei più animaleschi e selvaggi desideri di criminali e ladri.

Donna armena inginocchiata accanto al corpo d'una bambina morta nei campi
Donna armena inginocchiata accanto al corpo d’una bambina morta nei campi

Bivaccammo una notte nelle vicinanze di un villaggio e riuscimo a comprare un agnello dagli abitanti. Lo sgozzammo e lo fecimo arrosto e lasciammo le sue viscere più lontano da noi. Era un miscuglio di un liquame denso e puzzolente color verdastro in cui galleggiavano lo stomaco e le budelle dell’animale con i suoi escrementi dentro. Più tardi prima di addormantarmi riusci a vedere nel buio un gruppo di armeni che assalirono i residui dell’animale e li divorarono tutti in un batter d’occhio.

Un altro giorno durante una nostra sosta mi avvicinai a una donna armena che sembrava più un cadavere animato. Mi mostrò due diamanti e mi chiese in francese di prenderli in cambio di qualcosa da mangiare per i suoi figli che stavano morendo di fame. Non accettai i diamante e le diedi da mangiare. Mancavano ancora parecchi giorni per arrivare ad Aleppo, non avevo più soldi e la mia razione di cibo era in esaurimento.

Djemal Pascià
Djemal Pascià

Arivammo ad Aleppo e prendemmo posto in una grande pensione che si chiamava Prince il cui proprietario era un uomo armeno. Al nostro arrivo egli corse verso di noi in totale disperazione facendoci sapere che Djemal-Pascià era arrivato ad Aleppo prima di noi e risiedeva nella Prince. Ci suplicava di andare da Djemal-Pascià – che all’epoca era divento famoso per la crudeltà e lo spietato odio verso gli armeni – per chiedere che egli lo risparmiasse. Diceva; voi siete uomini colti e dignitosi e sicuramente le vostre parole avranno un esito positivo su di lui. Ma non fu così, qualche ora dopo il nostro incontro con Djamal-Pascià venimmo a sapere che l’uomo armeno era stato arrestato e mandato a Beirut, girava voce che lì si stesse consumando un grande massacro degli armeni.

Insomma passai un periodo brutto, fu come un incubo che non riesco a dimenticare. Ancora oggi a volte si impossessa della mia mente, e mi mette ansia e inquietudine.»


fonte: RadioFarda

*: […] note di traduttore

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B&W

Attenzione! Testo scritto da un non italiano! Alta concentrazione di errori grammaticali!

Nella sottostante foto potete vedere uno dei tantissimi murales sparsi sulle mura e sui palazzi nelle città iraniane, questa in particolare mostra un palazzo a Tehran. Non ci vuole tanta cultura per capire il suo significato, basta sapere come è fatta la bandiera statunitense e saper distinguere le figure del teschio e della bomba. Negli anni 80 e 90 in Iran, le Due figure sopra elencate erano tra le prime immagini che qualsiasi bambino iraniano (come me) li conosceva dopo aver messo piede per la prima volta nella scuola. La bandiera statunitense giaceva sempre all’ingresso delle scuole sotto ai nostri piedi, quasi sempre accompagnata da quella israeliana e alle volte addirittura dalle bandiere della Gran Bretagna e della Francia (questo dipendeva dalla fantasia dal preside ed ovviamente dalla larghezza dell’ingresso di ogni scuola). In quei anni la guerra Iraq-Iran stava passando la sua fase finale ma anche la più intensa e sanguinosa. I super caccia iracheni volando a bassa quota per poter sfuggire dai radar, arrivavano fino a Tehran per bombardare la città, e ci riuscivano. Al loro arrivo qualsiasi programma televisivo si interrompeva e subito appariva sullo schermo un sfondo rosso con la scritta bianca «ALLARME ROSSO» sotto il segno del teschio dentro un triangolo, accompagnato da una voce fredda che diceva: Attenzione! Attenzione! Questo è allarme rosso! Attacco aereo! Spegnete tutte le luci e trovate…, non sono mai riuscito a sentire questo messaggio fino alla fine perché subito venivo preso in braccio e portato via da mio padre mentre mi chiedevo; ma perché devono arrivare sempre quando io sto guardando i miei film preferiti!?! riempendo mi di un odio profondo. Non c’era niente da fare, dopo pochi minuti dall’allarme saltava la corrente e in quel poco tempo dovevamo riuscire ad arrivare ai bunker nel buio totale utilizzando la torcia e alle volte le candele. Dentro i bunker però c’era la luce. C’era sempre una lampada che illuminava una illustrazione sul muro del bunker come fosse il suo libretto delle istruzioni. Ci spiegava come e quando lo dovevamo utilizzare, cosa bisognava fare e cosa si doveva evitare mentre ci eravamo dentro. Uno dei casi in cui si doveva trovare rifugio nei bunker era l’attacco aereo, segnalato con la figurina di un grande aeroplano militare mentre lanciava una schiera di bombe, di quelle che si vedevano nei film della Guerra del Vietnam. In quegli anni a scuola ci veniva insegnato che gli americani sono cattivissimi. Perché aiutavano l’Iraq di Saddam Hussein nella guerra. Tramite i loro satelliti Indicavano le nostre città ai cacciabombardieri iracheni. Mettevano a loro disposizione tutte le armi, persino quelle chimiche e biologiche. Io personalmente vedevo gli americani dietro ogni male. Mi ricordo che proprio in quel periodo successe un devastante terremoto a nord-ovest dell’Iran ed io ero convinto che l’avessero causato i soldati americani scavando i tunnel sotterranei e mettendoci le bombe.

Insomma, la mia infanzia è passato in una atmosfera come quella che ho appena descritto. Sotto ogni forma di propaganda anti-americana che accompagnata da una cruda realtà non mi lasciava che odiare gli Stati Uniti e tutti i suoi alleati (cani da guardia nella letteratura propagandistica dell’epoca).

Crescendo e con il passare del tempo, sopratutto da quando ho lasciato il mio paese ho cominciato a vedere il mondo da un punto di vista differente. Ho imparato che il bianco e il nero non esistono ma ci sono invece un’infinità di tonalità di grigio.

Questi giorni, dopo tanti anni invece faccio fatica di nuovo a vedere le cose nelle tonalità di grigio. Vedo che in un paese non molto lontano, ormai da più di Due anni muoiono ogni giorno centinaia di persone innocenti e finora nessuno si è preoccupato seriamente di fare qualcosa. L’unica cosa di cui si è parlato fin dall’inizio è stata la guerra. Quando farla,come farla? Via aria o via terra o dal mare? Farla da soli o in gruppo? Ognuno pensa solo a se stesso. Mi sembra tanto il funerale di una persona ricca, dove tutti fanno di tutto per mostrarsi più vicino al defunto nella speranza di poter guadagnare qualcosa dalla sua ricchezza, c’è chi piange a dirotto, c’è chi fa il discorso commuovente e c’è chi porta un mazzo di fiori più grande possibile,tutti partecipi di un teatro crudele, dove non c’è né bianco né grigio ma domina solo il nero.

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