Lo «Zoo» globale

È già passato qualche giorno da quando è uscito sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo, la notizia dell’assassinio di Cecil, il magnifico leone maschio di 13 anni, simbolo del Parco Nazionale Hwange nello Zimbabwe, ucciso dalle mani di un certo William Palmer.

Nonostante l’assassino di Cecil, egli viene sempre citato come dentista americano, magari per farci credere che il fatto che lui abbia preso una laurea in odontoiatria o sia nato negli Stati Uniti abbiano a che fare con il suo terrificante e disgustoso hobby, cioè la caccia. Per me lui non è né un dentista né un americano, ma ha solo un nome, cognome, una faccia e un sorriso inquietante. Per me, l’unico appellativo degno di William Palmer è  «imbecille», a dimostrazione che purtroppo gli imbecilli esistono ovunque, si infiltrano in qualsiasi categoria professionale e, incredibilmente, ottengono anche dei successi e guadagnano abbastanza danaro per andare in giro per il mondo a corrompere altri della loro stessa specie facendo di tutto per distruggere l’equilibrio della natura.

Alle persone che si sono lamentate dell’ eccessiva attenzione dei media per il caso di Cecil, e che pensano che magari nel mondo ci siano altri problemi che dovrebbero avere priorità rispetto questo caso, dico, è proprio sulla salvaguardia della natura che bisognerebbe concentrare l’attenzione della comunità internazionale. Non solo per la sua importanza vitale per il futuro del pianeta, ma anche per l’importanza che potrebbe acquisire come campo di battaglia contro l’ignoranza, un campo dove, da una parte ci sono le persone con il cervello abbastanza evoluto per poter pensare a un futuro lontano, e dall’altra parte ci sono gli imbecilli. Se riusciamo a sconfiggere l’avversario in questo campo, potremo poi riuscire a sconfiggerlo pure altrove, e potremmo un giorno non vedere più persone dare al rogo, durante la notte, ad una casa con dentro i suoi inquilini, non vedere più gente sgozza una persona solo perché non è della sua religione, non vedere più un imbecille che ordina l’invasione di un paese che non sa nemmeno indicare sulla mappa mondo.

È per questo che Williamo Palmer deve essere condannato a risarcire il danno irrecuperabile che ha causato, cosa che purtroppo potrebbe non accadere mai, visto il livello di corruzione dello Zimbabwe; un paese governato da quasi 30 anni da un tale Robert Mugabe che ha portato il suo Paese all’orlo del collasso.

In questi giorni non potevo non pensare a un bellissimo film del 1962 diretto da Bert Haanstra, intitolato Zoo. Nello Zoo di Haanstra gli uomini vengono osservati dall’ occhio degli animali. Gli uomini sono buffi, vecchi, storti e smorfiosi, super attrezzati ma scomodi e vili, sempre pronti a fuggire e persino incapaci di compiere, senza fare caprici e salti mortali,  le più basilari necessità istintive della vita ,come dormire o mangiare. Invece gli animali sono belli, superbi, composti e svegli, in cattività, ma sempre pronti ad attaccare e ad avere la rivincita. L’unica cosa che infastidisce gli animali, infatti, è la presenza umana. Gli uomini che ora disturbano vilmente gli animali, tirando oggetti dentro le gabbie , ora cercano inutilmente di studiare, registrare, capire o imitare il loro comportamento, come il caso del fotografo o del vecchio pittore. Il film finisce con una simbolica scena : chiusura di una finestra in faccia allo spettatore da parte di una scimmia.

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Ottoman-Express

«Facevano marciare centinaia di donne e uomini armeni esausti, insieme ai loro bambini, con la forza di fruste e fucili. Tra loro non c’erano uomini giovani da quando erano stati tutti o mandati sul fronte o ammazzati nella paura che si schierassero con l’esercito russo. Le ragazze avevano tutte la testa rasata ed erano completamente calve; il motivo era ridurre al minimo il rischio di essere violentate dai turchi e dagli arabi. Erano accompagnati da un gruppetto di soldati turchi a cavallo che li mandava avanti proprio come un gregge di pecore…»

Questo è un frammento di un «tremendo incubo» che gettò un’ombra «inquietante» sul resto della sua vita, su «l’anima» di Mohammad-Alì Djamalzadé, noto scrittore iraniano e considerato il padre della scrittura moderna iraniana. Un incubo che egli fece con gli occhi aperti nella primavera del 1916, durante il suo viaggio [in parte]* in treno da Baghdad a Berlino.

Djamalzadé fu testimone di un evento che in seguito ha preso il nome di Genocidio degli Armeni, iniziato nella primavera del 1915 nei territori dell’Impero Ottomano. Gli storici lo considerano il primo genocidio del XX secolo che costò la vita di circa un milione e mezzo di armeni.

Djamalzadé all'età di 20 anni nel 1915
Djamalzadé all’età di 20 anni nel 1915

Ogni anno il 24 Aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano il giorno in cui secondo loro il genocidio ebbe inizio. Il governo turco invece continua a insistere che non si trattò di un genocidio, nonostante recentemente alcune autorità turche abbiano confermato la scomparsa di circa un milione di armeni durante quegli anni.

Esmail Rain nel suo libro il Genocidio degli Armeni ha messo insieme alcuni brani del diario di viaggio di Djamalzadé:

«Partimmo da Baghdad e passando da Aleppo arivammo a Istanbul, viaggiando in corrazze, carri e carrelli. Fin dall’inizio lungo la strada vedevamo numerosi gruppi di armeni che sotto i nostri increduli sguardi venivano condotti dai soldati turchi verso l’annientamento e la morte. I soldati facevano marciare avanti centinaia di donne e uomini armeni esausti insieme ai loro figli con la forza di bastonate, fruste e colpi di fucile. Tra loro non c’erano uomini giovani da quando erano stati tutti o mandati sul fronte o ammazzati nella paura che si schierassero con l’esercito russo. Le ragazze avevano tutte la testa rasata ed erano completamente calve, il motivo era ridurre al minimo il rischio di essere violentate dai turchi e dagli arabi. Erano accompagnati da un gruppetto di soldati turchi a cavallo che li mandavano avanti proprio come un gregge di pecore, e se qualcuno fosse rimasto indietro perché era esausto o malato o doveva fare i suoi bisogni, rimaneva indietro per sempre. Ed era così che vedevamo spesso uomini e donne che giacevano morti o moribondi sulla strada. In un tratto del nostro viaggio lungo le sponde occidentali dell’Eufrate non ci fu un giorno in cui non vedemmo le carcasse umane gonfie che venivano portate via dal fiume. In seguito sentimmo che le donne e le ragazze armene in fin di vita o addirittura i loro corpi inanimi furono preda dei più animaleschi e selvaggi desideri di criminali e ladri.

Donna armena inginocchiata accanto al corpo d'una bambina morta nei campi
Donna armena inginocchiata accanto al corpo d’una bambina morta nei campi

Bivaccammo una notte nelle vicinanze di un villaggio e riuscimo a comprare un agnello dagli abitanti. Lo sgozzammo e lo fecimo arrosto e lasciammo le sue viscere più lontano da noi. Era un miscuglio di un liquame denso e puzzolente color verdastro in cui galleggiavano lo stomaco e le budelle dell’animale con i suoi escrementi dentro. Più tardi prima di addormantarmi riusci a vedere nel buio un gruppo di armeni che assalirono i residui dell’animale e li divorarono tutti in un batter d’occhio.

Un altro giorno durante una nostra sosta mi avvicinai a una donna armena che sembrava più un cadavere animato. Mi mostrò due diamanti e mi chiese in francese di prenderli in cambio di qualcosa da mangiare per i suoi figli che stavano morendo di fame. Non accettai i diamante e le diedi da mangiare. Mancavano ancora parecchi giorni per arrivare ad Aleppo, non avevo più soldi e la mia razione di cibo era in esaurimento.

Djemal Pascià
Djemal Pascià

Arivammo ad Aleppo e prendemmo posto in una grande pensione che si chiamava Prince il cui proprietario era un uomo armeno. Al nostro arrivo egli corse verso di noi in totale disperazione facendoci sapere che Djemal-Pascià era arrivato ad Aleppo prima di noi e risiedeva nella Prince. Ci suplicava di andare da Djemal-Pascià – che all’epoca era divento famoso per la crudeltà e lo spietato odio verso gli armeni – per chiedere che egli lo risparmiasse. Diceva; voi siete uomini colti e dignitosi e sicuramente le vostre parole avranno un esito positivo su di lui. Ma non fu così, qualche ora dopo il nostro incontro con Djamal-Pascià venimmo a sapere che l’uomo armeno era stato arrestato e mandato a Beirut, girava voce che lì si stesse consumando un grande massacro degli armeni.

Insomma passai un periodo brutto, fu come un incubo che non riesco a dimenticare. Ancora oggi a volte si impossessa della mia mente, e mi mette ansia e inquietudine.»


fonte: RadioFarda

*: […] note di traduttore

La città moderna iraniana non è un luogo di interazione

La città è assediata dalle macchine, basta uscire di casa e vedere con i propri occhi l’impero delle macchine nelle larghe e lunghe strade e vie in costante crescita; pare che tutti i cittadini ormai hanno dimenticato andare a piedi e vogliono solo viaggiare nelle proprie vetture. è evidente che in un contesto così non ci sia più spazio per camminare e invece le città sono colme di strade, ponti, cavalcavie, gallerie e sottopassaggi.

Ci parla Saidi Moidfard, sociologo [iraniano]* residente a Teheran;

Sembra che nelle metropoli del nostro paese più che pensare alle piazze, giardini e parchi in funzione dei cittadini si pensi solo ad attrezzarle per le macchine: quali saranno le conseguenze di tutto ciò sulla salute fisica, mentale e l’identità dei cittadini?

Purtroppo nell’era moderna la costruzione e l’espanzione delle nostre città è stata fatta soltanto con l’intervento degli ingegneri. Ma se invece diamo uno sguardo al nostro passato ci accorgiamo che i piani per l’urbanizzazione vennero fatti da persone con competenze pluridisciplinari. Per esempio a Isfahan il nuovo assetto urbano della città venne elaborato da Sheiq Bahaì, un uomo con straordinarie capacità ingegneristiche nonchè un noto clerico ed esperto delle scienze umanistiche della sua epoca. Nel suo piano, Sheiq Bahaì cercò di pianificare la nuova città come un luogo per l’interazione economica e socio-culturale usufruendo delle più innovative tecniche costruttive. Vediamo come ancora oggi a Isfahan le moschee, i palazzi, le piazze e le scuole hanno conservato non solo le loro integrità formali ma anche le loro identità e le loro funzioni dopo secoli. Inoltre osserviamo come il grande bazar della città fu pensato con i suoi diversi settori specializzati, ognuno con la propria moschea e il proprio caravanserraglio ed altri centri annessi, e in questi luoghi crebbero complicati ma efficaci sistemi di scambio di merci e di cultura; alcuni di questi luoghi hanno ancora oggi esattamente la loro funzione originaria.

Purtroppo oggi vediamo che le nostre città moderne sono sostanzialmente prive d’identità da quando sono state lasciate esclusivamente nelle mani degli ingegneri, che nei loro piani di urbanizzazione hanno avuto un approccio solamente tecnico e formale.

Per esempio le nuove città sattelite costruite intorno a Teheran, come Karaj e Pardis, non sono altro che città-dormitori fatte con un insieme di agglomerati di complessi residenziali e strade. In queste città gli edifici hanno un aspetto del tutto estraneo all’identità architettonica iraniana, ma nello stesso tempo sono lontani dai principi dell’Architettura moderna occidentale., [In poche parole non sono né l’uno né l’altro].

Se andate per esempio a Londra, Parigi o Amsterdam o in altre capitali europee vedrete come queste città non solo sono diverse una dall’altra, ma anche al loro interno sembrano essere costituite da diverse frazioni eterogenee.

Nelle città iraniane invece vedete come dove domina l’Architettura «moderna» tutto è uguale. Le città modene in Iran sono state fatte senza tenere minimamente in considerazione i vari contesti culturali e climatici che compongono il paese, ed è così che tutte le grandi città appaiono simili, fatte sulla base di uno schema [noioso e poco funzionante] ripetuto ovunque.

Ovviamente però nelle città come Istanbul, Isfahan, Yazd ecc. con un passato importante [e un notevole patrimonio storico architettonico] questo è meno evidente, nonostante nelle loro periferie la situazione è come nelle altre città. [Per esempio a Isfahan o a Istanbul le moschee, nonostante abbiano tante cose in comune nelle loro totalità formale, sono nello stesso tempo diversissime nei loro dettagli architettonici e costruttivi.] A Teheran invece è tutto uguale; questo perché Teheran è una città fatta dai tecnici.

Quindi Lei pensa che in Europa le città sono state fatte dai filosofi?

No, non intendo questo ovviamente. Io intendo dire che chi fa i piani per le città debba essere una persona con grandi capacità pluridisciplinari, o che altrimenti si debba far aiutare dalle persone esperte nel settore della cultura e la sociologia, [e non solo].

Con passare degli anni sembra che le persone nelle città preferiscano sempre di più stare nelle loro case che uscire per le strade e interagire insieme. Pensa che questo sia dovuto al nuovo aspetto urbanistico delle nostre città di cui abbiamo parlato?

No, non credo affatto. Viviamo in una società che ha un grande senso di unità e un forte desiderio di interagire, desiderio che nella mancanza di adeguate strutture urbane e inadeguatezza delle politiche governative nelle città è costretto ad esprimersi diversamente.

Negli uomini in generale c’è questa tendenza di interagire insieme intorno ad un argomento ben preciso o per esempio dare una risposta comune a un particolare problema. Questo lo vediamo ogni anno nelle nostre città durante le festività religiose come Tassuà e Asciurà, o negli altri occasioni come l’ultimo mercoledì dell’anno [detto Ciarscianbé Surì] o il 13 Farvardin [detto Sizdah bé dar], quando grandi masse della popolazione si radunono insieme per una questione in comune. Questo è perché come dice Durkheim, l’uomo ha una identità fortemente collettiva. Egli per esempio vide un rapporto diretto tra suicidio – che all’epoca veniva studiato solamente dal punto di vista psicologico – e l’allontanamento dell’uomo dalla società. E lo vediamo anche nella nostra società moderna; è vero che ormai l’uomo delle metropoli non vive più nelle comunità come le tribù ecc., ma ha comunque bisogno di sentirsi parte di una comunità, e per soddisfare questo bisogno a volte attinge a soluzioni che possono sembrare assurde, come per esempio lanciare i pomodori in Spagna o saltare sul fuoco in Iran.

Non dobbiamo dimenticare però il ruolo che hanno acquisito nelle nostre società i Social Networks, sembra che ogni giorno più persone usino i Social Networks per interagire con gli altri, non pensa che questo mondo virtuale stia prendendo man mano il posto di quello reale?

[Io cerco di vedere da un altro punto di vista], per me l’uso quotidiano dei Social Networks non è sinonimo dell’abbandono dell’interazioni sociali nel mondo reale ma anzi è una prova del fatto che l’uomo contemporaneo vuole essere in contatto con gli altri persino nei suoi momenti più intimi, [come nel letto o addirittura in bagno]. E così che vediamo come siamo sempre più bisognosi di interagire con gli altri. Per esempio nel passato, quando viaggiare non era così diffuso e facilitato dai nuovi mezzi di trasporto non c’era nemmeno così tanto bisogno di identificarsi e porsi in continuazione la domanda » ma io chi sono?». Oggi invece quando viaggiamo e nell’arco di poche ore cambiamo paesi e continenti, e ci viene sempre più da chiederci chi siamo paragonandoci con altre persone diverse da noi.

Mi è capitato di avere soggiornato a Londra per un periodo e lì ho visto come gli iraniani residenti a Londra erano più uniti e attenti alla loro identità comune. [Sembrava che fossero più bisognosi di conoscere le loro radici].

Torniamo alla prima domanda, piazze e altri luoghi comuni vengono sostituiti dalla strade, sopraelevate ecc. Queste nuove tracce sui volti delle città quanto possono influenzare sulla vita sociale dei cittadini e la loro capacità di interazione?

Per dare risposta a questa domanda vorrei tenere conto di un esempio che ci permette di parlare di questo problema in una maniera franca e chiara. Di questi esempi purtroppo ce ne sono tanti nelle nostre città ma io adesso voglio parlare del quartiere Navvab a Teheran. Un quartiere molto popolato di Teheran dove la gente viveva da anni, non voglio dire senza alcun problema ma sicuramente non nello stato di degrado in cui si trova adesso. [Finchè una mattina qualcuno si è svegliato nel comune di Teheran e ha deciso di collegare il nord e il sud della città tracciando una super strada nel bel mezzo di questo quartiere]. Senza pensare alle conseguenze di questo intervento. Fu così che con la realizzazione del cosidetto Piano Navvab in primo luogo il quartiere è stato preticamente disintegrato. La super strada ha tagliato tutti i vecchi sistemi di collegamento tra diverse zone del quartiere. [Con la costruzione di altissimi palazzi ai lati della super strada] che ha dato luogo all’aumento della densità abitativa del quartiere in una maniera sproporzionata, sono sorti i primi problemi sociali. I nuovi residenti del quartiere, [arrivati in enorme masse da tutti angoli del paese], avevano poco in comune con i vecchi residenti. In poco tempo il quartiere è diventato uno dei luoghi della capitale con il più alti tasso di criminalità.

[Lo studio del Piano Navvab e le sue conseguenze mostrano come un approccio puramente tecnico può provocare dei danni irrecuperabili per le nostre città]. [Insomma nelle nostre città i tecnici decidono di costruire dove vogliono, fanno buchi, radono al suolo, fanno strade, gallerie ecc. ed è così che le città diventano dei enormi cantieri in continua trasformazione per adeguarsi a un maggior possibile numero di macchine], ed è così che nelle nostre città non abbiamo un attimo di pace, né di giorno e né durante la notte. [Questo modo di pensare le città non è in linea con la realizzazione di luoghi per interazione e coesistenza]. In una città così quando uno esce di casa è come se stesse andando in guerra.

Navvab
Quartiere Navvab a Teheran. In alto a sinistra nella foto aerea si vede la differenza tra il nuovo e vecchio tessuto urbano. A destra nell’immagine satellitare l’intervento urbanistico è evidente sotto la forma di un lungo tracciato che taglia il vecchio quartiere. In basso a sinistra, le colossiali dimensioni della superstrada con i palazzi residenziali lungo le sue sponde

E alla fine è così che questo schema di espansione della città diventa un circolo vizioso. Fanno più strade per farci entrare più macchine, e poi aumentano le macchine e quindi c’è bisogno di più strade e così via fino all’infinito.

E ora siamo dove siamo, le statistiche ci dicono che nelle nostre metropoli gli abitanti hanno ormai fiducia soltanto nei membri delle proprie famiglie. Quando usciamo di casa non ci sentiamo più al sicuro al di fuori delle nostre macchine. Ci sentiamo sempre meno sicuri e così abbiamo sempre più bisogno delle macchine [non come un mezzo di trasporto ma come un rifugio, un guscio che ci portiamo dietro per proteggerci]. È così che la macchina ormai non è una comodità ma una necessità. In un contesto così la società non si forma, gli esseri umani tendono ad allontanarsi sempre di più e se non riusciamo a fermare questo circolo vizioso prima possibile, esso ci porterà a [uno stato di degrado sociale] e un individualismo senza precedenti.


fonte: Sharg Daily

*: […] note d’autore

B&W

Attenzione! Testo scritto da un non italiano! Alta concentrazione di errori grammaticali!

Nella sottostante foto potete vedere uno dei tantissimi murales sparsi sulle mura e sui palazzi nelle città iraniane, questa in particolare mostra un palazzo a Tehran. Non ci vuole tanta cultura per capire il suo significato, basta sapere come è fatta la bandiera statunitense e saper distinguere le figure del teschio e della bomba. Negli anni 80 e 90 in Iran, le Due figure sopra elencate erano tra le prime immagini che qualsiasi bambino iraniano (come me) li conosceva dopo aver messo piede per la prima volta nella scuola. La bandiera statunitense giaceva sempre all’ingresso delle scuole sotto ai nostri piedi, quasi sempre accompagnata da quella israeliana e alle volte addirittura dalle bandiere della Gran Bretagna e della Francia (questo dipendeva dalla fantasia dal preside ed ovviamente dalla larghezza dell’ingresso di ogni scuola). In quei anni la guerra Iraq-Iran stava passando la sua fase finale ma anche la più intensa e sanguinosa. I super caccia iracheni volando a bassa quota per poter sfuggire dai radar, arrivavano fino a Tehran per bombardare la città, e ci riuscivano. Al loro arrivo qualsiasi programma televisivo si interrompeva e subito appariva sullo schermo un sfondo rosso con la scritta bianca «ALLARME ROSSO» sotto il segno del teschio dentro un triangolo, accompagnato da una voce fredda che diceva: Attenzione! Attenzione! Questo è allarme rosso! Attacco aereo! Spegnete tutte le luci e trovate…, non sono mai riuscito a sentire questo messaggio fino alla fine perché subito venivo preso in braccio e portato via da mio padre mentre mi chiedevo; ma perché devono arrivare sempre quando io sto guardando i miei film preferiti!?! riempendo mi di un odio profondo. Non c’era niente da fare, dopo pochi minuti dall’allarme saltava la corrente e in quel poco tempo dovevamo riuscire ad arrivare ai bunker nel buio totale utilizzando la torcia e alle volte le candele. Dentro i bunker però c’era la luce. C’era sempre una lampada che illuminava una illustrazione sul muro del bunker come fosse il suo libretto delle istruzioni. Ci spiegava come e quando lo dovevamo utilizzare, cosa bisognava fare e cosa si doveva evitare mentre ci eravamo dentro. Uno dei casi in cui si doveva trovare rifugio nei bunker era l’attacco aereo, segnalato con la figurina di un grande aeroplano militare mentre lanciava una schiera di bombe, di quelle che si vedevano nei film della Guerra del Vietnam. In quegli anni a scuola ci veniva insegnato che gli americani sono cattivissimi. Perché aiutavano l’Iraq di Saddam Hussein nella guerra. Tramite i loro satelliti Indicavano le nostre città ai cacciabombardieri iracheni. Mettevano a loro disposizione tutte le armi, persino quelle chimiche e biologiche. Io personalmente vedevo gli americani dietro ogni male. Mi ricordo che proprio in quel periodo successe un devastante terremoto a nord-ovest dell’Iran ed io ero convinto che l’avessero causato i soldati americani scavando i tunnel sotterranei e mettendoci le bombe.

Insomma, la mia infanzia è passato in una atmosfera come quella che ho appena descritto. Sotto ogni forma di propaganda anti-americana che accompagnata da una cruda realtà non mi lasciava che odiare gli Stati Uniti e tutti i suoi alleati (cani da guardia nella letteratura propagandistica dell’epoca).

Crescendo e con il passare del tempo, sopratutto da quando ho lasciato il mio paese ho cominciato a vedere il mondo da un punto di vista differente. Ho imparato che il bianco e il nero non esistono ma ci sono invece un’infinità di tonalità di grigio.

Questi giorni, dopo tanti anni invece faccio fatica di nuovo a vedere le cose nelle tonalità di grigio. Vedo che in un paese non molto lontano, ormai da più di Due anni muoiono ogni giorno centinaia di persone innocenti e finora nessuno si è preoccupato seriamente di fare qualcosa. L’unica cosa di cui si è parlato fin dall’inizio è stata la guerra. Quando farla,come farla? Via aria o via terra o dal mare? Farla da soli o in gruppo? Ognuno pensa solo a se stesso. Mi sembra tanto il funerale di una persona ricca, dove tutti fanno di tutto per mostrarsi più vicino al defunto nella speranza di poter guadagnare qualcosa dalla sua ricchezza, c’è chi piange a dirotto, c’è chi fa il discorso commuovente e c’è chi porta un mazzo di fiori più grande possibile,tutti partecipi di un teatro crudele, dove non c’è né bianco né grigio ma domina solo il nero.

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